BERLUSCHEIDE

In Italia per un ventennio, la storia politica ma anche sportiva e prima imprenditoriale è ruotata o attorno a lui o contro di lui. “Mi si nota di più se partecipo ai funerali di Stato o se polemizzo sul lutto nazionale? Se gli riconosco qualche qualità o se resto in silenzio?”.  Questa la domanda – tutta morettiana – di diversi personaggetti in cerca di autore, per tacere di quelli che hanno subito approfittato della dipartita per esternare ettolitri di bile. Si sa, certa gente ha il vilipendio di cadavere nel proprio DNA. Molti di più gli attestati di stima e affetto, non da ultimo quello emblematico del calciatore Dejan Savicevic che per arrivare al suo funerale senza voli aerei dalla Serbia è arrivato a Milano con la sua autovettura.

Esaltarsi in atteggiamenti o posizioni “berlusconiane” o antiberlusconiane ormai fuori tempo massimo, è stato del tutto fuori luogo, in quanto il populismo berlusconiano aveva già avuto i suoi funerali politici in quel novembre del 2011 a tinte viola quando la velleità di imporsi come statista di livello mondiale venne distrutta dalla combinazione tra implosione PdL, persecuzioni giudiziarie, letteronze della BCE ed artificiose speculazioni sullo spread

Una brutta avvisaglia vi fu già in Libia, quando la geopolitica mediterranea del nostro “paese” venne stuprata dall’ipocrisia guerrafondaia franco-britannica, benedetta da Napolitano e Obama. Perse Berlusconi e con lui quello stile anti-protocollare e visionario, che voleva mettere d’accordo russi e americani, UE e PIGS. Il Berluska, il Caimano, il Cavaliere Nero che ricostruì una casa politica per i moderati dopo Tangentopoli e che accelerò la “normalizzazione” di Lega Nord ed MSI in un progetto tutt’ora vincente, dal 2011 da fondatore della Repubblica bipolare era diventato la versione milanese di nonno Libero, politicamente correttissimo. Non scelse di cadere da eroe e patriota, difendendo fino alla fine il suo progetto ma si piegò ai suoi carnefici. 

Issò la bandiera bianca e il centrodestra restò undici anni in crisi di identità.

L’accordo Italia-Libia ricordava l’Eurafrica mussoliniana e il protagonismo di Enrico Mattei: ricerca dell’indipendenza energetica e rapporti stretti coi Paesi Arabi: Gas, petrolio, accordi militari e infrastrutture di grande livello, praticamente un neocolonialismo sostanziale molto pragmatico e dissimulato dalle richieste di scuse per il passato. I nuovi musei che celebravano la rinnovata amicizia contengono anche gli esempi di quanto di buono fu fatto dagli italiani in Libia. Il resto di veline, tende e quant’altro fu solo folklore da cerimonia senza alcunché di serio. 

Il liberismo non c’entrava un tubo con Berlusconi, mentre Obama fece scudi fiscali e tagli alle tasse per i ricchi, i socialisti in Grecia un massacro sociale e Zapatero delle riforme thatcheriane.

Tremonti, da destra davanti alla ultraliberista Bonino sembrava un no-global e fu sbranato dalla sinistra quando “osò” provare a tassare le plusvalenze dell’oro degli azionisti di Bankitalia; Prodi, da sinistra fu il grande privatizzatore (forse anche svenditore) di enti pubblici, Bersani il “lenzuolatore” di liberalizzazioni (un po’ furbe perché contro le categorie che non lo votavano), roba da destra liberale, mentre la Lega si oppose a questi processi riguardo i servizi pubblici locali. Luca Ricolfi, autorevole studioso di sinistra, dimostrava che i successi del governo Berlusconi furono essenzialmente “cose di sinistra”, tra cui estendere diritti ai lavoratori precari. In Europa – del resto – lo Stato Sociale lo inventò Bismarck, uno di destra, mentre oggi è il “modello renano di economìa sociale di mercato” a contrassegnare le politiche economiche delle destre in Europa, non di certo il turbo capitalismo yankee.

Berlusconi inventò il bipolarismo biografico: Donnaiolo, anticomunista, spavaldo, empatico, vincente, ricco, seduttore, ottimista, arcitaliano. Per i denigratori invece il più grande delinquente della storia dai tempi di Attila, il corruttore di uomini e donne, l’ignorante, il cafone, lo stragista mafioso e il distruttore della cultura italiana. Non poteva non piacere a tanti e contestualmente essere odiato da tanti. Molto spesso il discrimine non fu politico ma psicologico tra simpatia e antipatia: il volergli somigliare o l’invidiarlo, il riconoscergli una straordinaria personalità o il negargli qualsiasi dote eccetto quelle negative. Amici e Nemici. In qualche modo ha lasciato orfani sia gli uni che gli altri.

Resta però qualcosa di realmente ed oggettivamente eccezionale diventare in una sola vita numero uno nell’imprenditoria edilizia, nelle telecomunicazioni, come presidente di una squadra di calcio e nella politica come fondatore, federatore e Premier più longevo.

Non riuscì a realizzare la riforma fiscale, quella della giustizia e della Costituzione che non a caso restano nell’agenda dei suoi successori.

Pietro Ferrari

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