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La questione abruzzese

La forma-partito entrò in crisi con la Caduta del Muro di Berlino che travolse sia i sogni che le paure, fu dunque trasformata dal cambio di target (dall’elettore amico al telespettatore medio) con la personalizzazione lideristica della comunicazione. La partecipazione politica conserva però delle persistenze naturali: le cosiddette “componenti” interne ai partiti. Residui feudali che riportano l’artificialità degli involucri virtuali alla dimensione concreta dei rapporti tra le persone. Ogni politico ha necessariamente dietro sè un “mondo” fatto di gruppi umani che si ritrovano attorno ad un Progetto, ad una Sfida da condurre insieme: è la dimensione comunitaria della politica, autentica terra di mezzo tra i Capi e il Popolo, fucina di militanza.

La “componente” può degenerare nella “corrente” divenendo semplice centro di interessi, nodo ferroviario di smistamento di prebende, favorucci e piccoli privilegi. In altre parole da fenomeno fisiologico diventa patologico. Tutto ciò salva il vertice della “corrente” mutandolo da Capo a Satrapo ma stravolge il ruolo dei seguaci che da militanti si trasformano in portaborse, da uomini stretti da un legame ideale e progettuale, incarnato sì dal vertice ma non affatto esaurito in Lui, ad autentici servi e complici di un caporione che vuole solo fare carriera. E’ il peso di quell’ ‘Anello del Potere’ di memoria tolkeniana, che induce a scegliere il potere come mezzo o come fine  a se stesso. Così la politica tradisce la sua missione, i politici cessano di avere una funzione alta per esercitare piuttosto una disfunzione sociale, dannosa per il bene comune. Frutto fatale dell’ossessione di auto-riprodurre all’infinito il proprio potere fine a se stesso sarà l’incapacità di pensare, sarà il divorzio tra politica e pensiero che non sia piccolo e miope cabotaggio. 

Quando invece si cimentano nell’agone reale le “Fondazioni” diventano veri think-thank dell’Era post-ideologica, autentici laboratori che danno sostanza al semplice marketing elettorale dei partiti politici.

Quello di ‘Roma Capitale’, non costituisce un progetto di crescita autoreferenziale, ma esprime la volontà di restituire a Roma il suo tradizionale ruolo di centro propulsivo per l’intera Italia. 

Ecco che l’Abruzzo, invece di essere quel “peso morto” paventato da padane elucubrazioni, si ritrova in una nuova centralità geopolitica, teso tra la Grande Capitale e l’Adriatico. “Nel cuore dell’Italia. Integrazione, sviluppo e geopolitica delle regioni di mezzo” fu convegno che volle costituire un decennio fa un momento di riflessione volto a mettere in luce il valore culturale, le potenzialità turistiche e le prospettive di sviluppo delle regioni dell’Italia centrale. Idea da “rilanciare”. Si tratta di una prospettiva già evidenziata a suo tempo dal sindaco di Roma Capitale, Gianni Alemanno, secondo cui: «l’Italia centrale costituisce non solo fisicamente il baricentro della vita della Penisola. È attraverso la conoscenza e l’ottimizzazione delle risorse delle diverse macro-aree che compongono il Paese e la creazione di una macchina amministrativa – tanto efficiente che sappia organizzarle in un sistema integrato – che sfide importanti come la realizzazione del federalismo  possono costituire una forza centripeta, anziché una forza centrifuga, per il futuro dell’Italia … risulta ormai chiaro che, oltre a una questione meridionale e una questione settentrionale, esiste nel Paese una questione “centrale” che, tuttavia, offre principalmente possibilità coesive». 

Abruzzo e Lazio come protagonisti di una sinergica strategìa rivolta a recuperare la “centralità dell’Italia centrale” attraverso la viabilità e l’osmosi dinamica e integrata tra la capitale e il territorio interno abruzzese. 

Se le “Fondazioni” fanno da pungolo per ridare alla politica una Visione, si vede che c’è ancora da sperare qualcosa di buono da questa famigerata Repubblica.
Il Nord trova nella ‘mitteleuropa’ la via di un’integrazione continentale e il Sud si trova bisognoso di essere obbiettivo di progetti di sviluppo. Tale contrasto tra la parte più ricca e quella più povera d’Europa è anche strategico, e fatalmente esclude dalle dinamiche delle ‘macro-aree’ proprio il Centro, potenziale cerniera tra due italie diverse e risorsa capace di rilanciare l’Italia tutta attraverso una vocazione di recuperata italianità, ma ancora oggi privo di quella capacità interregionale di fare sistema. Roma Capitale nella logica delle reti e dei flussi, non potrà non concepire la sua funzione se non in un’area vasta che va oltre i confini metropolitani. L’Abruzzo si prepara così ad essere territorio non più ‘insulare’ come avrebbe detto Silone, ma inserito in una sinergica dimensione con la Capitale, mettendo in funzione il superamento dei localismi autoreferenziali verso aperture che vanno dalla dimensione interregionale a quella globale come luogo turistico a due ore da Fiumicino. Chi vivrà vedrà, ma è pur vero che senza il primo passo sarà impossibile fare l’ultimo. In bocca al lupo ai politici di buona volontà.
Sulla stessa lunghezza d’onda si trovava anche il direttore del Centro studi della Fondazione Nuova Italia, Salvatore Santangelo, secondo cui: «la scelta del federalismo fiscale può comportare sia spinte aggregative che disaggregative. Quanti sottolineano solo il primo aspetto rischiano di ingenerare il classico meccanismo delle profezie che si auto-avverano. La solidarietà tra le diverse anime dell’Italia, infatti, non viene messa in questione dal metodo di amministrazione del gettito fiscale, ma dalle tensioni che potrebbero emergere tra le diverse classi politiche locali qualora non trovassero un baricentro intorno al quale far ruotare un progetto politico di respiro nazionale. È attraverso il rinnovamento dei quadri dirigenti del Paese che il federalismo può diventare un’occasione di crescita per tutti. Il Lazio e l’Abruzzo, in questo senso, rappresentano un modello da seguire». 

Questo è un segnale in controtendenza in quanto il proliferare di Fondazioni che si ispirano al Futuro esprimono in realtà l’esigenza di non volersi cimentare con la penosità del presente da governare.

Pietro Ferrari 

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