HomeCittàPavia ricorda il sindacalista teramano Emanuele Zilli

Pavia ricorda il sindacalista teramano Emanuele Zilli

Un corteo per le vie di Pavia ha ricordato l’operaio missino Emanuele Zilli nato il 15 agosto del 1948 a Fano Adriano e morto mezzo secolo fa, il 5 novembre del 1973 dopo tre giorni di coma, ucciso dall’odio politico degli anni ’70. 

Già a Teramo nel mese di ottobre del 1971 venne lanciata una bomba incendiaria contro la sede della CISNAL di Via Mario Capuani che bruciò il portone. I vigili del fuoco evitarono il peggio. Erano gli “Anni di Piombo” in cui sindacalisti erano considerati un bersaglio. 

Dopo un tremendo scontro a Pavia coi militanti di Lotta Continua nel dicembre del 1972, Emanuele Zilli continuava la sua vita con la moglie Giuseppina accudendo le due figlie Patrizia e Vincenza. Lavorava presso l’Autotrasporti Bertani e nonostante gli scontri di piazza non chinò la testa, la sua attività di sindacalista per la Cisnal non cessò, anzi continuava nonostante le aggressioni subite, anche, sul posto di lavoro.

Il clima in città era sempre più pesante. I muri di Pavia recitavano minacce inequivocabili contro il giovane attivista – oggi sepolto a Fano Adriano – emigrato al nord per dare un futuro alla sua famiglia. 

Proprio il 2 novembre del 1973 Zilli uscì da lavoro verso le 18:30 in sella al suo motorino, ma dopo pochi metri lo ritrovarono riverso al suolo. Nessuno ha mai voluto andare fino in fondo a questa storia, nessuno ha mai voluto fare luce sul caso, eppure le anomalie furono infinite. Dalla doppia frattura cranica incompatibile con un’ipotetica caduta, in solitaria, dal ciclomotore, fino all’occhio pesto e al graffio sotto il mento riconducibile ad un orologio o al cinturino di un eskimo.

Questa la toccante testimonianza della figlia Patrizia riportata da fascinazione.info, scritta nel 2005, che restituisce il senso angosciante di un mistero, di un omicidio senza giustizia:

“Oggi ho trentacinque anni, quando mio padre è morto ne avevo tre. Ma cosa sia successo davvero a mio padre lo so solo dal 2000. Come mai? Semplice : per trent’anni mia madre non mi ha detto nulla, nemmeno una parola, su quello che era successo al babbo. Per trent’anni nessuno dei nostri amici ha violato questa consegna del silenzio. Per trent’anni ho sempre saputo una sola verità: mio padre era morto in un incidente, il pirata della strada che lo aveva travolto non era mai stato trovato. Ma adesso che so, provo rabbia come se fosse successo ieri.

Nella primavera 1988 Patrizia compie diciotto anni. Ha simpatie per il Msi, sa che suo padre era iscritto, sa che anche sua madre ha lo stesso orientamento politico. Quindi non immagina nemmeno quello che lei sta per dirle quel pomeriggio. E’ successo che in treno Patrizia ha trovato un candidato del partito, un ragazzo simpatico che si prepara alle elezioni. Il giovane è entusiasta, pieno di slancio, intuisce subito che Patrizia è politicamente affine. Al termine della chiacchierata lui le dice: senti, non ho molti mezzi, se ti do qualche volantino con il mio nome da distribuire mi dai una mano?

Patrizia dice si, ed è anche contenta. Le sembra di avere fatto un passo in avanti verso la militanza, sulle orme della persona che più le manca. E poi non le dicono sempre che è identica a suo padre? La stessa foga, la stessa passione, lo stesso modo di muoversi?

Torna a casa felice, appoggia il pacco con i volantini sul tavolo. Ma quando la signora Giuseppina rientra e li vede, accade qualcosa di imprevisto. La madre si avvicina agli occhi del simbolo della fiamma, poi agguanta la risma, la getta per aria, e si mette ad urlare: Cosa fai? Cosa vuoi fare? Subito dopo si calma, si fa seria. Con la voce più bassa e grave che abbia mai avuto, le ripete: Promettimelo qui, giuramelo: non farai mai politica. Prometti! E se non obbedisci devi sapere che te lo impedirò io.

Con tutte le forze.

Patrizia è sconvolta. Non capisce. Con le lacrime agli occhi fa cenno di sì. Dovrà aspettare ancora cinque anni per sapere il perché di quella sfuriata, quando il libro di Guido Giraudo renderà di pubblico dominio l’ipotesi dell’omicidio. E Giuseppina Zilli non è l’unica madre che sceglie questa via. Ancora oggi, parlando con me, lei offre questa motivazione: non potevo dire a Patrizia e a Enza che il loro padre era stato ucciso. Non potevo crescere delle bambine, cosi piccole, nell’odio, dovevo dar loro una possibilità di vivere senza fantasmi. E non potevo permettere che anche loro, con la storia che avevano, venissero coinvolte come Emanuele nella politica attiva”.

Video

RELATED ARTICLES

1 COMMENT

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

spot_img

Most Popular

Recent Comments

Iskander on Storia beffarda
Arjuna on Storia beffarda
Oggeri il Danese on DA TERZA ROMA A SECONDA PECHINO
Claudio Cantelmo on BOSCO MARTESE E DINTORNI …
davidedemario on L’antagonismo di Teheran